Abstract
<jats:p>Lo Stato jugoslavo nacque nel secondo dopoguerra in seguito alla liberazione del paese da parte delle forze partigiane guidate da Josip Broz, detto Tito. La Jugoslavia di Tito avrebbe rappresentato il primo tentativo di applicazione del “modello sovietico”, dato che avrebbe cercato di imitare l’URSS in campo politico, economico e culturale. Dal “socialismo in un solo paese”, quello di Stalin, si passò ad una prima duplicazione del modello. Lo stato organizzato in senso federale con sei repubbliche (Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Macedonia) e due province autonome (Vojvodina e Kosovo) avrebbe potenziato le nazionalità che fino ad allora erano state escluse dal panorama politico, visto che i macedoni ottennero una loro identità ed una loro repubblica, i montenegrini videro ripristinati gli antichi confini mentre i bosniaci, e tra essi soprattutto i musulmani, vennero trasformati in una nazionalità definita da un termine puramente religioso, venendo ufficialmente riconosciuti come Musulmani. Le minoranze etniche ottennero per la prima volta il diritto a sviluppare le loro culture e le loro lingue. Una delle caratteristiche della costituzione del 1946 era il carattere federativo dello Stato ma, nonostante ciò, il sistema politico assunse da subito una forma centralizzata. L’altra caratteristica dello Stato jugoslavo fu l’indipendenza da Mosca: Tito riuscì a mantenere una certa autonomia dall’Urss rifiutando, nonostante le pressioni esercitate da Stalin, nel 1948 un’integrazione nel blocco continentale. Lo scisma di Tito, condannato da Stalin, consentì alla Jugoslavia negli anni successivi di tentare la costruzione di una forma originale di socialismo e di assumere una posizione di “non allineamento” nella politica internazionale.</jats:p>