Abstract
<jats:p>Il saggio prende le mosse da una lettura di “Eveline” come lo «specchio ben levigato» con cui James Joyce intende rendere visibile la condizione di paralisi che segna la Dublino di inizio Novecento e i fattori materiali e ideologici — famiglia, nazione, religione — che la producono. Attraverso ellissi, focalizzazione mobile e un finale sospeso, il racconto costringe il lettore a condividere l’angoscia epistemologica della protagonista e a interrogare la propria posizione rispetto alle reti di sopraffazione che trascinano a fondo le «popolazioni sommerse». A partire da questa funzione etico-formale della short story, l’articolo analizza tre riscritture contemporanee che espandono l’ur-text joyciano mantenendone la poetica dell’omissione e dell’irrisolto: “Emma Jane” di Éilís Ní Dhuibhne (2004-2005), “The Parting Gift” di Claire Keegan (2006-2007) ed “Evelyn” di Donal Ryan (2014). Il confronto mostra una continuità nella capacità della narrativa breve di registrare fratture sociali e di attivare autocoscienza critica: dall’emigrazione e dalle ambivalenze del desiderio in Joyce, alla xenofobia e alle politiche migratorie post-Tigre celtica, fino alla violenza domestica e al silenzio collettivo. Le diverse Eveline, ieri e oggi, riflettono dunque l’evoluzione e la persistenza di dinamiche paralizzanti, chiamando in causa non solo i colpevoli, ma anche le responsabilità diffuse.</jats:p>